Conseguita la laurea il 30 giugno 1941, Alberto dovette subito presentarsi, il 5 luglio, al Distretto militare di Forlì per la visita medica. Risultato “abile e arruolato”, tre giorni dopo, il 7 luglio, partì alla volta di Trieste, presso il 5° Centro automobilistico, 6° Compagnia, per prestare il servizio militare, in qualità di allievo ufficiale. Il distacco dalla famiglia e dagli amici fu doloroso, anche perché la lontananza del luogo e la disciplina militare non gli avrebbero più consentito una costante e continua presenza a Rimini. Alberto sentiva di dover vivere quella “chiamata alle armi” con dignità, convinto che fosse un dovere da compiere nel migliore dei modi.
Già dal suo primo arrivo in caserma, Alberto si era preoccupato di avvicinare, tra reclute e graduati, membri di Azione Cattolica e quanti altri fossero disposti a dare testimonianza di fede con coraggio, organizzando incontri formativi e partecipando alla Messa. Fra questi il caporal maggiore furiere Silvio Carretta, col quale Alberto instaurò un buon rapporto di amicizia. Anch’egli giovane di Azione Cattolica collaborava all’apostolato instancabile di Alberto, firmando i permessi per coloro che desideravano essere liberi, la domenica mattina, per recarsi alla Messa. Così ogni domenica mattina la comitiva, con a capo Alberto, si ingrossava.I fedelissimi erano soltanto una decina, ma Alberto non si scoraggiava; faceva opera di persuasione più con l’esempio che con la parola. Carretta riusciva ad ottenere permessi anche per il primo venerdì di ogni mese e per il giorno 24, consacrato a Maria Ausiliatrice, e tanto caro agli ex allievi dell’oratorio salesiano.
Ogni mattina la 6° compagnia andava a fare istruzione in una incantevole località, a due chilometri dalla caserma, denominata il “Cacciatore”. Lassù i militari facevano scuola di comando, esercitazioni tattiche, scuola guida e, a turno, per difficili sentieri di montagna, dovevano portare sulle spalle pesanti mitragliatrici. Quando il turno toccava ad un compagno, fisicamente gracile, Alberto gli si accostava quasi di nascosto, per non farsi notare, caricava sulle sue spalle il peso della mitragliatrice, allineandosi poi tra i compagni, come se nulla fosse e saliva; arrivato sulla vetta, deponeva il pezzo a terra e, senza aspettare ringraziamento, ritornava al suo posto.
Un giorno un compagno di caserma si ammalò di febbri malariche: si chiamava Tata Devoto, era un giovane giudice di tribunale, intelligentissimo, ma conduceva una vita sregolata e immorale. Quando le sue condizioni peggiorarono, fu portato in ospedale. Alberto ogni sera lo andava a trovare, sacrificando per tre mesi tutte le ore della libera uscita; gli procurava tutto ciò di cui aveva bisogno, gli imbucava la corrispondenza, lo confortava. Tata guarì e, senza che Alberto gli chiedesse nulla, si accostò ai sacramenti, dopo tanti anni, e cominciò a condurre una vita più retta. Alla fine del corso, quando salutò Alberto, aveva le lacrime agli occhi.
Questo era lo stile di apostolato di Alberto: mettersi accanto, servire, testimoniare.
Congedato da Trento il 3 dicembre 1941, per una circolare del Ministero, che prevedeva non più di tre fratelli sotto le armi, viene di nuovo richiamato, come sergente, nel marzo 1943. Viene inviato a Treviso, nella caserma di Dosson.
Anche a Treviso Alberto continua il suo intenso apostolato in caserma e in parrocchia. In pochi mesi riesce a far cambiare molte cose: vince la bestemmia e l’immoralità, risveglia il senso della fede nel cuore di molti; costituisce un gruppo, che chiama “Raggio”, che lo segue nell’impegno della vita cristiana. Il 7 giugno scrive a Zangheri degli importanti successi raggiunti nel campo dell’apostolato: “Sono stato a trovare una sezione aspiranti molto numerosa; poi sono stato in associazione per la commemorazione del settantacinquesimo del Azione Cattolica. Il raggio caserma funziona bene e il Signore lo benedice. Pensa: solo nella nostra caserma ne ho trovati cinquanta fino ad ora”.
Essendo l’istruttore e il responsabile della educazione dei soldati riesce a ottenere che nessuno più bestemmi. Arriva anche a rimproverare con parole di una semplicità disarmante il colonnello della caserma, ateo e bestemmiatore incallito: “Quando Lei bestemmia offende non solo Dio, ma anche tutti i cristiani e tutti gli uomini, perché tutti sono figli di Dio e inoltre ne va di mezzo anche la sua dignità; sarebbe contento lei che io dicessi a suo papà o mamma quello che lei dice a Dio?”. Così ottenne che non bestemmiasse più. Il suo saluto per tutti era: “Sia lodato Gesù Cristo”. Seguendo il suo esempio soldati e ufficiali cominciavano ad affollare la Messa domenicale e ad accostarsi alla Comunione.
Don Antonio Zanotto che spesso si recava a confessare rimaneva ammirato dalla partecipazione attenta e attiva di tutti, guidati da Alberto che stava vicino all’altare. Nel pomeriggio della domenica Alberto aveva preso l’abitudine di guidare in parrocchia un gruppo dai sessanta ai cento commilitoni: ascoltavano un pensiero spirituale di don Antonio, ricevevano la benedizione; seguiva un incontro di riflessione su varie tematiche guidato da Alberto e un momento di svago, a cui partecipavano anche i parrocchiani, giovani e adulti. Questa urgenza di testimonianza e di apostolato nasceva da una ricca vita interiore che egli continuava ad alimentare anche tra i disagi della caserma. La sua giornata iniziava alle ore 7 del mattino; alle 13, incurante dei due chilometri che separavano la caserma dalla chiesa parrocchiale e dell’obbligo del digiuno dalla mezzanotte, imposto dalle regole canoniche, si recava a ricevere la Comunione. Durante il cammino leggeva l’Osservatore Romano” o recitava il rosario. Solo alle 3 del pomeriggio finalmente pranzava.
della recluta Giuseppe Baffoni.
Mi avvicinai a lui, chiesi il suo nome; mi disse che era di Rimini e si chiamava Alberto Marvelli. Le sue parole mi riempirono l’anima di profonda commozione. Da quel momento, fino alla fine del corso allievi ufficiali, fummo amici inseparabili. Quella sera stessa uscimmo insieme. Passeggiando mi suggerì i primi doveri del buon soldato. Andammo insieme a fare una visita alla chiesa del Sacro Cuore, poi ritornammo in caserma. Quando la tromba suonò il silenzio, Alberto già mi aveva insegnato a fare la brandina. Ma tutta la notte mi sorvegliò, perché rimanessi incolume da quegli scherzi di caserma, che tanto turbano e sconfortano nei primi giorni di vita militare.







