Nell’estate del 1944 il fronte alleato avanza; sul fiume Foglia, vicino a Pesaro, a soli trenta chilometri da Rimini, viene attaccata la linea gotica. Tutti gli operai della Todt, alla fine di agosto, fuggono; assieme a loro, molti capi tedeschi.
Il 3 settembre le prime pattuglie alleate, composte da Canadesi e Greci, entrano in Riccione. Gli sfollati sulle colline attorno a Rimini non si sentono più sicuri, per le bombe che cadono anche in periferia, per i mitragliamenti e le schegge dei proiettili antiaerei. Tutti guardano alla vicina repubblica di San Marino. Per la sua neutralità poteva offrire garanzie di salvezza.
Anche la famiglia Marvelli prese la strada di San Marino; caricarono sulle biciclette, condotte dai fratelli, masserizie e vivande, sistemarono la mamma sul carrettino, trainato dall’asinello dell’ortolano Luigi Melucci. Presero alloggio in un camerone del collegio Belluzzi. Dopo aver messo al sicuro la famiglia, Alberto fece più volte il tragitto Rimini-San Marino, a piedi, per condurre al sicuro altre famiglie e la fedele donna di casa, Rosina, che non aveva voluto abbandonare subito la villa.
All’assistenza agli sfollati Alberto dedicò tutte le sue energie. Collaborava con il Commissario della Repubblica e si recava più volte coi camion a Forlì per prelevare generi alimentari, affrontando i rischi dei continui bombardamenti. Sotto le granate, che scoppiavano continuamente, nell’aspra lotta dei due fronti così vicini, col carretto, trainato da un impaurito somarello, percorreva a uno a uno i paesi vicini, per cercare farina, marmellata, latte. Era lui che organizzava la distribuzione dei viveri. Assieme al cugino Zanardi, aveva chiamato a raccolta molti giovani di Azione Cattolica, anch’essi sfollati a San Marino, invitandoli ad essere disponibili e pronti a rispondere a tutte le esigenze della popolazione, veramente priva di tutto, sottolineando che questo era il modo migliore, in quelle circostanze, per fare apostolato.
Un giorno, mentre si intratteneva col gruppo dei suoi ragazzi, iniziò un violentissimo mitragliamento aereo. Alberto non esitò un attimo; ordinò a tutti di gettarsi a terra, mentre lui restò in piedi, con coraggio, per vedere meglio donde veniva il pericolo e così salvare la vita dei suoi amici. Ormai lo circondava una leggenda di “invulnerabilità”; non era la prima volta che bombe e proiettili lo sfioravano da vicino; una volta ebbe anche il tascapane forato da una scheggia. Fu sempre in prima fila nell’opera di assistenza e di apostolato.
Distribuiva il pane inviato da Forlì e la minestra calda, procurava un materasso a chi dormiva sui sassi, regalava tutto quello che possedeva o che poteva reperire presso generosi amici; con amore assisteva gli ammalati e sempre riusciva a trovare parole di incoraggiamento e di conforto a chi riceveva brutte notizie: la perdita di persone care o la distruzione della propria casa. Ogni sera nei cameroni del Collegio Belluzzi o nelle affollatissime gallerie era un po’ il papà di tutti. Iniziava a recitare ad alta voce il Rosario e tutti lo seguivano; poi si ritirava per riposarsi, per poche ore, nel convento dei Francescani.
“Verso il 20 di settembre gli alleati si accostano al Borgo Maggiore. La popolazione è tutta nelle gallerie. Dall’alto della città si vedeva la lotta. I tedeschi avevano nel Borgo un carro armato che consumò fino all’ultimo la sua potenza bellica; dai crepacci della roccia due o tre ufficiali resistevano ancora. Gli alleati si avvicinarono dal lato della chiesa dei Salesiani. Finalmente il carro armato si fermò, dopo aver scoperchiato e sconquassato tante abitazioni. Anche il fuoco dai crepacci cessò. E ancora gli alleati non si avvicinavano sicuri !”. Alberto, con altri giovani – è il racconto di Eva Manuzzi Cappelli – si presentò con una bandiera bianca agli inglesi, pregandoli di smettere mitragliamenti e bombardamenti, perché i tedeschi ormai se ne erano andati”.







