Al Liceo Classico

Nell’anno scolastico 1933-34, inizia a frequentare il liceo classico di Rimini, non ancora statale, dopo aver superato brillantemente l’esame di ammissione, presso il liceo classico statale di Cesena. Studia con metodo e disciplina; la sua applicazione è notevole; prende lo studio con serietà e responsabilità. E’ sempre fra i migliori della classe, pur senza essere assolutamente il primo. La sua insegnante di lettere lo ricorda “non brillante nell’esposizione, ma sempre maturo di pensiero e sicuro di quanto diceva e studiava”.

Ha una spiccata inclinazione per le scienze positive, ma ama anche la poesia e la letteratura. Ha ottimi voti in tutte le materie, ma nelle scienze esatte ha sempre i voti più alti.

Nella classe, composta di dodici alunni, emerge per le sue qualità morali: la disponibilità ad aiutare i compagni e la lealtà verso gli insegnanti. Le compagne di scuola dicono che con Alberto si sta sempre bene, nei divertimenti come nello studio, perché c’è sempre scambievole rispetto. In lui amano la virtù, che si manifesta non a parole, ma con la presenza, con lo slancio sincero col quale si presta a fare favori a tutti. Passava volentieri la traduzione di latino o greco raccomandando soltanto: “Non copiarla! confrontala dopo aver tradotto anche tu”. Quando qualche compagno debole in matematica veniva interrogato, si metteva nei primi banchi per incoraggiare e dare qualche suggerimento. Anche verso i compagni meno studiosi e più indisciplinati si mostrava rispettoso e disponibile, pur non considerandosi uno di loro, perché non partecipava mai alle loro “imprese”.

Una volta, in terza liceo, quando tutta la sezione maschile ebbe una nota disciplinare collettiva, anche Alberto, pur essendo estraneo al fatto, venne punito. Irritato da questa ingiustizia, convinse i veri colpevoli a presentarsi spontaneamente al Preside, per chiedergli scusa.

Fa parte di questa banda di “scapestratelli” – come lui stesso li definisce – anche il giovane Fellini, il futuro grande regista, che è di qualche anno più giovane di Alberto. In una intervista concessa al giornalista Renzo Allegri, per l’ “Eco di Bergamo”, nell’ottobre 1970, dopo tanti anni, Fellini ricorda ancora la figura di Alberto: “Dolce, biondo, esemplare”. I due sono ritratti insieme in una foto scolastica di gruppo del 1936. Alberto in alto, in prima fila, con l’abito bianco, dal volto radioso, aperto; Fellini in seconda fila, a lato di Alberto, seminascosto, quasi timido e ritroso, un po’ come tutti gli artisti. In un cassetto della scrivania del regista, dopo la morte, furono ritrovate, accanto a questa foto, alcune immagini di Alberto Marvelli, che lui aveva sempre stimato molto, interessandosi da vicino al suo cammino verso la beatificazione.

Alberto segue le lezioni con molto interesse e impegno, per cui è sempre in grado di dialogare con gli insegnanti; e se qualche professore pronuncia qualche inesattezza sul pensiero cristiano, alla presenza della classe, con “bontà coraggiosa esorta l’insegnante a precisare l’espressione”. Questa sua lealtà e libertà di spirito è molto apprezzata e gli vale l’ammirazione anche degli insegnanti.

Scrive il Prof. Carlo Alberto Balducci “Ne subivo il fascino e ne provavo, professore, pur giovane, una certa soggezione: lo sentivo maestro di vita, pur nel comportamento usuale e comune di uno studente di liceo. Facevamo parte, io come dirigente, lui come socio, di una associazione cattolica studentesca. Incontri di studio, di meditazione, di ricreazione si svolgevano in una saletta della parrocchia dei Servi. E là diventavamo due amici che non avevano tra loro la distanza che corre tra cattedra e banco, che, anche allora, cercavo con lui e con gli altri di rendere più breve possibile. Ma ci fu in me un periodo di crisi – anche gli adulti le subiscono, e quanto dolorose! non sono soltanto un possesso esclusivo e privilegiato dei giovani – che mi tenne lontano dalla vita dell’associazione; Alberto ne soffriva e io lo sapevo. Ma un giorno, facendo uno sforzo su se stesso, perché c’era pur da affrontare colui che era il suo insegnante, senza alzare il tono, ma rosso e un po’ concitato, mi aggredì dicendomi: “Non ti accorgi che la tua prolungata assenza da noi dà a tutti un cattivo esempio ?”; Così, pressappoco, disse, e fu per me, suo professore, una grande lezione di vita, uno stimolo a ripensamenti e superamenti di cui gli fui e gli sono immensamente grato. Trovò le parole e il tono giusto, tentò di riedificare quello che stava forse crollando, sentì che un fratello aveva bisogno di quella certa spinta, anche se tutto questo gli costava un sacrificio, era un dovere di carità e verità che bisognava pur compiere per la costruzione del Regno”.

 

Dalla voce del compagno di scuola Andrea Grassi
“Ricordo che eravamo in gita scolastica a Firenze e che in tale circostanza era stata celebrata la S. Messa per tutti i gitanti; alla fine del rito uno della comitiva uscì in audaci e volgari espressioni di scherno scimmiottando gli atti e i movimenti del celebrante. Mentre noi tacevamo allibiti, Alberto intervenne deciso, redarguì energicamente il compagno, di tre anni più anziano di lui, e lo costrinse a desistere dall’ignobile linguaggio”.