“Carta A. Marvelli”

Per amministratori e politici


L’Amministratore civico: 

  1. 1. Amministra la città come servizio

«Servire è migliore che farsi servire. Sinonimo di servire è amare»[1];

«Essere dirigente vuol dire diventare il servo e non il padrone degli altri»[2].

 

  1. 2. Cerca coerenza tra parola e vita

«Il dirigente deve essere in tutto il modello agli altri e deve sentire questa necessità e responsabilità grande dinnanzi ai giovani e al Signore»[3].

 

  1. 3. Serve senza servirsi

«Occorre umiliare noi stessi, allontanare l’ambizione, l’orgoglio e la superbia che chiudono gli occhi e il cuore dell’uomo e gli fanno credere di servire ed aiutare gli altri, mentre non favorisce egoisticamente che il proprio interesse»[4].

 

  1. 4. Sceglie collaboratori onesti e capaci e non secondo logiche di partito o interessi personali

«Oculatezza nel cercare i collaboratori: più spesso lavora la simpatia invece dell’oculato pensiero e giudizio. Guardarsi dai lisciapiedi, dai volponi che cercano di guadagnare [per] loro [stessi]. Guardare, [invece], alla pietà, [alla] pietà soda, quella che profuma»[5].

 

  1. 5. Collabora con tutti, anche con gli avversari politici

«Ormai è tempo di stringersi tutti fraternamente la mano, per procedere all’immenso lavoro che ci attende in tutti i campi della vita sociale e nazionale»[6].

 

  1. 6. Non segue la logica del partito, ma è attento ai bisogni della gente

«Bisogna imporsi un più vivo raccoglimento, un senso critico (buono) di osservazione, un’autonomia di riflessione nell’esame dei problemi, una sensibilità viva per tutti quei fenomeni spirituali, politici, sociali, religiosi che si verificano intorno a noi.     Tutte le idee e le proposte che vengono da una parte si approvano e sembrano buone, le altre si bocciano. Perché sono buone? Perché sono cattive? Quali i lati buoni, quali gli inconvenienti, quali i punti deboli? Bisogna abituarsi ad esaminare ogni idea, a studiare, a meditare e ripensare»[7].

 

  1. 7. Gli ultimi della società sono tra le sue priorità

« Gesù; dammi la tua volontà, la tua fermezza nei propositi, il Tuo amore immenso per gli uomini e le loro miserie»[8].

 

  1. 8. Nutre grandi ideali

«Rifare le coscienze, sgombrare le macerie morali da tanti cuori traviati, trovare finalmente la vera carità che ci faccia sentire fratelli gli uni con gli altri, che sappia indicare ai ricchi la strada per andare incontro ai poveri, per difendere, con la verità e l’onestà, la libertà, la democrazia, la civiltà cristiana»[9]

[1] Discorso ai giovani: Servire è amare

[2] Quaderni spirituali, in Scritti inediti, p. 193. «Dietro alle statistiche, lettere, cifre non c’è il burocrate che dirige, pur con competenza, dal suo ufficio un lavoro tanto impegnativo, ma c’è un appassionato costruttore della città, che non risparmia energie, perché avverte e soffre le necessità, le urgenze, la disperazione della gente, che è senza alloggio  mentre l’inverno è alle porte. Vuole arrivare a tutti, dare a tutti soccorso. Le ore d’ufficio non gli bastano più. Racconta Piera Ceccarelli: “Una mattina, da Vergiano dove eravamo sfollati, sono venuta a Rimini all’Ufficio alloggi. Appena arrivata mi sono trovata fra tanti che questionavano per essere ricevuti. Passato il mezzogiorno un usciere dice: ‘Si chiude, tornate domani. Mi sentivo disperata, avevo fatto tutta la strada a piedi, mi misi a piangere. Ma Marvelli dall’Ufficio disse:’ Perché chiudete ? Non va via nessuno. Ricevo tutti.’ Poi uscì dall’ufficio, mi vide, mi venne incontro, mi disse: ‘Perché piangi ?’ e mi fece una carezza. Fra le lacrime gli esposi il mio caso. ‘Ma non siamo qui per aiutarti ? Perché ti disperi ? Vedrai che tutto si aggiusterà: va a Vergiano tranquilla; torna fra una settimana”. La settimana dopo Marvelli le consegnava un appartamento  nel borgo S. Giovanni. L’Ufficio alloggi era sempre l’ultimo a chiudere; anche quando tutti gli altri dipendenti se ne erano andati, Alberto rimaneva, finché non avesse ascoltato tutti. E nessuno andava via senza una promessa fattiva. “Tutti ricevevano – racconta Celli Angelina – da lui indicazioni per le pratiche occorrenti per ottenere i danni di guerra. Anzi era lui che andava in tutte le case e abitazioni rovinate per dare istruzioni. Andava nelle case dei poveri e di quelli che da soli non avrebbero saputo fare”. “Tornati da Trieste – racconta la signora Elena Balestra – non abbiamo trovato più nulla e abbiamo dormito diciotto notti sulle panche della stazione. Non avevo pace. Mio figlio si ammalò. Marvelli ci sistemò nella seconda palazzina delle case popolari vicino allo Stadio, accompagnandoci lui stesso. Ci portava poi anche da mangiare. Nei momenti peggiori ci ha sempre aiutato”», F. Lanfranchi, Alberto Marvelli, ingegnere e manovale della carità, San Paolo 1996, pp. 164-166.

[3] Scritti inediti, p. 193. «La sua parola – testimonia Giorgio Della Biancia – era valorizzata dalla vita, che mai aveva deflettuto da quei principi che egli divulgava fra il popolo. Per questo non aveva nemici, neppure in politica», F. Lanfranchi, p. 187.

[4] Diario, 31 gennaio 1941. «Già al momento della liberazione e più ancora l’anno successivo, si  diffuse una grave epidemia di febbre tifoide. Senza tener conto dei riminesi inviati negli ospedali delle città vicine, in Rimini vi furono 602 ricoverati e 53 morti. Il personale ospedaliero, medici, infermieri, suore della Carità diedero un meraviglioso esempio di abnegazione e di servizio, rinunciando alle ore del riposo e  ad ogni proprio legittimo interesse. La struttura ospedaliera era inadeguata: mancavano letti, lenzuola, medicinali, attrezzature. Alla drammatica riunione, in cui emersero tutte queste carenze, partecipò anche l’ing. Marvelli, in qualità di assessore. “Egli parlò poco – racconta l’amico Adriano Vandi – e disse soltanto che l’indomani sarebbe partito per l’alta Italia. Di lì a pochi giorni lo si vide ritornare con il fratello partigiano alla guida di un camion carico di lenzuola, di medicine e di apparecchiature ospedaliere. Quando qualche giorno dopo, in una assemblea di partito, si volle encomiare quel gesto coraggioso, data la precarietà in cui si trovavano allora i collegamenti, egli rispose che aveva fatto soltanto il proprio dovere”», F. Lanfranchi, p. 166-167.

[5] Discorso ai giovani, in Scritti inediti, p. 231. «Sinceramente preoccupato del bene comune, agiva sempre con dignità e fortezza morale, senza lasciarsi frenare da alcun rispetto umano. Siamo nel novembre del ‘44, il partito è ancora nella clandestinità, ma gli incarichi sono già stati distribuiti perché si possa iniziare a lavorare con serietà. Adriano Vandi è stato eletto segretario, ma la prima riunione che convoca fallisce per difetto di organizzazione. Alberto lo rimprovera senza mezzi termini, ma alle parole dure fa subito seguire un premuroso e fattivo suggerimento. La lezione non sarà più dimenticata!. E’ la stessa esigenza di professionalità che spinge Alberto a partecipare nel ‘45, insieme a Vandi, alla Settimana sociale dei cattolici. Ritiene che in una situazione così ricca di fermenti ci si debba continuamente aggiornare», F. Lanfranchi, p. 190

[6] Lettera (16 giugno 1946). « Durante un comizio comunista, in piazza Cavour, mischiatosi tra la folla, ad un certo punto intervenne gridando in direzione dell’oratore: “Non è vero… è falso”; per evitare complicazioni fu invitato da agenti in borghese ad allontanarsi, senza poter fare contraddittorio, che lui, invece, non rifiutava mai di accordare»; «La camera ardente fu allestita nella chiesa dei Salesiani. Centinaia e centinaia di persone, di tutti i ceti, la visitarono: dal vecchio sindaco socialista, ai politici, agli amministratori, agli amici, ai poveri. Intanto la città veniva tappezzata di manifesti che esprimevano il dolore per la perdita della sua irrompente giovinezza e elogiavano le sue virtù umane e cristiane. Anche la cellula comunista di Bellariva scrisse: “I comunisti di Bellariva si inchinano riverenti e salutano il figlio, il fratello che tanto bene ha sparso su questa terra”», F. Lanfranchi, pp. 187.212.

[7] Diario, 23 agosto 1946. «Non c’erano soltanto malati di tifo, ma molti malati per il freddo, gli stenti, la denutrizione. Inoltre  feriti per le bombe inesplose e le mine, o per crolli di muri e pavimenti. E purtroppo c’erano anche i feriti per l’odio, la vendetta, le rapine. Le forze politiche e militari alleate non avevano la possibilità di controllare pienamente la situazione. Alberto, già assessore, che andava nelle case dei poveri, anche a tarda ora, veniva a contatto con malati, e feriti; molti erano gravi e bisognava ricoverarli con urgenza; non c’erano ambulanze; allora andava a svegliare qualche amico o un autista per il trasporto. La signora Nella Sartini, figlia dell’autista Luigi, racconta. “Qualche volta a notte alta, mezzanotte e oltre, suonò l’ing. Marvelli per chiedere a mio padre di accompagnarlo con l’automobile a prelevare qualche malato o qualche ferito per portarlo all’ospedale. ‘Ma a quest’ora ingegnere ? gli chiedevo. ‘Presto, non c’è tempo da perdere’ mi rispondeva. E così mio padre parecchie volte fece questi servizi di notte”», F. Lanfranchi, p. 167.

[8] Diario, 10 ottobre 1940. Da domenica 9 dicembre 1945 l’assessore Marvelli organizza e serve la Mensa del povero nei locali delle Acli: «Alberto serviva i commensali, mangiava con loro, li ascoltava, dialogava, prendeva appunto delle loro richieste. “I suoi poveri erano sempre con lui – dice l’amico Benigno Zaccagnini – alimentavano la sua fame e sete di giustizia, caratterizzavano il suo stile di vita: austero, concreto e sobrio. Nessuna traccia in lui di ambizione, ma una disponibilità totale di donarsi dimenticando se stesso. Negli ultimi serviva il Signore», F. Lanfranchi, p. 201

[9] Lettera, 16 giugno 1946. «L’attività politica poteva e doveva diventare l’espressione più alta della fede vissuta. “Ora noi giovani di Azione Cattolica abbiamo una raddoppiata  responsabilità davanti a Dio e davanti al mondo”, scrive nel Diario. Ma non ci può essere una incisiva azione politica, se non è sostenuta da purezza e santità di coscienza: “Per puntellare la libertà occorrono non i cannoni, ma la grazia di Dio e la purezza e santità di coscienza. E’ patriottismo pregare perché i capi siano in grazia”. Sentì e visse il suo impegno in politica come un servizio alla collettività organizzata. Giovanni Ardissone ebbe modo di parlare con Alberto di questo “mondo nuovo” a. cui bisognava andare incontro e che richiedeva generosità, donazione, sacrificio, rinuncia, ossia “una gara di virtù”», F. Lanfranchi, p. 185

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