Per impedire l’avanzata delle truppe alleate verso la pianura padana e la conseguente occupazione del Nord Italia, Hitler aveva predisposto la fortificazione di una linea naturale di difesa che attraversava l’Italia da Pisa a Rimini, la cosiddetta “linea gotica” (Gotenstellung) o “linea verde” (Grüne Linie). “All’esecuzione delle opere concorsero quindicimila italiani, arruolati a forza, e due mila Sloveni.
Nel dicembre cominciano i micidiali rastrellamenti di uomini da inviare in Germania per la produzione bellica o da impiegare per le opere di fortificazione sulla linea gotica.
In questa situazione Alberto sente di essere in pericolo; soprattutto teme la deportazione in Germania, perché gli impedirebbe di continuare la sua opera di carità verso gli sfollati.
Pensa di andare a lavorare nell’organizzazione Todt, alle dipendenze dei Tedeschi. Ne discute a lungo in famiglia con la mamma, che sulle prime è contraria. Per Alberto, entrare nella Todt non significava collaborare con i Tedeschi ma tentare di impedire la deportazione di tanti giovani, tentare di salvare molte vite e cercare di fare in modo che i Tedeschi non attuassero il loro piano di demolizione totale delle ville sul mare, per far posto a fortificazioni antisbarco.
Alla fine del 1943 o all’inizio del 1944 Alberto entrò nella Todt. Non gli fu difficile essere accettato, per la sua conoscenza della lingua tedesca e per la sua laurea in ingegneria; anche il nome Mayr della madre ebbe, forse, il suo peso. Ebbe subito un ruolo direttivo e un “lasciapassare” per i lavori. La sua posizione gli avrebbe permesso di muoversi con libertà, di continuare la sua opera di assistenza agli sfollati e di salvare innumerevoli vite. Quando sapeva di “retate”, riusciva a far fuggire molti giovani. Ad altri procurava documenti e lasciapassare, facendosi garante davanti ai Tedeschi. Sono tanti gli amici che aiutò servendosi di questa sua posizione. Ad uno evitò la deportazione; a un altro fece rilasciare un lasciapassare perché potesse riprendere il lavoro a Bologna.
Una attività così intensa non poteva non destare sospetti. I Tedeschi capirono ben presto qual era il suo “lavoro”. Nel luglio viene preso con altri 16 giovani e rinchiuso nella corderia di Viserba per essere spedito al Nord. Alberto non si dà per vinto e organizza la fuga con l’aiuto dell’amico Zangheri. Fingendo di salutarlo per l’ultima volta, gli fa scivolare in mano un timbro della Todt, con cui vengono falsificati gli ordini di rilascio per i giovani catturati. Una volta fuori dalla corderia Alberto si prodiga per far fuggire tutti gli altri, che nel frattempo erano stati portati alla stazione di S.Arcangelo e caricati su un treno diretto al Nord. Mentre presenta i documenti falsi ai Tedeschi e intavola le trattative per liberare i compagni, improvvisamente suona l’allarme, seguito da un mitragliamento aereo. Nella confusione generale tutti riescono a fuggire e a far ritorno alle loro case o ai rifugi.
Alberto tornò a Vergiano dopo tre giorni con i vestiti laceri, sporco di fango, con i piedi sanguinanti, con gli zoccoli fatti di corda. Le scarpe le aveva date date a un compagno che doveva andare più lontano! Le circostanze oggettive imponevano maggior cautela, ma Alberto non si lasciò scoraggiare e continuò la sua opera di aiuto, soprattutto ai giovani. Nonostante una feroce decreto tedesco, che minacciava la fucilazione a chi avesse ospitato renitenti alla leva, Alberto, nell’estate del 1944, accolse nella sua casa di Vergiano due giovani dell’ultima classe richiamata alle armi dalla repubblica di Salò: Fausto Lanfranchi e Giorgio Placucci.
Più difficile fu l’intervento a favore di Giovanni Conti, arrestato mentre gironzolava sul lungomare per godersi una giornata di sole. “Quando Alberto lo seppe riuscì – Dio solo sa come – a convincere i tedeschi che lavoravo per la Todt, così mi liberarono dal sotto scala in cui mi avevano rinchiuso e dove ero stato costretto, non potendo stare in piedi perché il soffitto era basso, a sedermi su casse di bombe a mano!”.







