La prima riunione del gruppo si tenne nel settembre del 1945 e l’ultima, presieduta da Alberto, nel settembre del 1946. In un solo anno il gruppo fiorì in molteplici attività.
Alberto si mette subito all’opera; ha accanto a sé un gruppo di validi collaboratori. Inizia, attraverso conferenze e “tavole rotonde” un serio lavoro culturale, orientato ad una presa di coscienza del significato umano e cristiano della libertà e della democrazia. Promuove manifestazioni culturali a livello cittadino, che rispondono agli interessi e ai problemi più sentiti nel momento. Il denominatore comune è sempre la visione cristiana dei fatti culturali e l’ispirazione cristiana della vita sociale: “La funzione sociale della proprietà”, “La funzione sociale della cultura”, “La missione della scuola”, il corso di religione su “il Regno di Dio”. Tra gli oratori: Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Guido Gonella, Raimondo Manzini, don Sergio Pignedoli e il Vescovo mons. Santa. Nel giro di pochi mesi si avvia una seria revisione della cultura sociale e politica, in chiave evangelica, frantumando vecchie ideologie e aprendo nuovi orizzonti.
Le riunioni si tenevano nel vecchio Vescovado, poi nella sagrestia di S. Croce in via Serpieri, ogni sabato; il primo sabato del mese si faceva l’ora di adorazione, sempre guidata dal Vescovo. Non solo gli ottanta iscritti, ma tutti i laureati di Rimini partecipavano questi incontri: avvocati, professori, medici, magistrati.
Alcuni degli incontri promossi dai laureati rimasero memorabili e lasciarono larga eco nella stampa locale. Quando padre Riccardo Lombardi, nell’aprile del ‘46, tenne una serie di riflessioni sul tema “Il cristianesimo e l’Italia”, i partecipanti furono tanti che si dovette trasferire l’iniziativa dal Ridotto del teatro alla chiesa di S. Agostino. Alberto curava l’organizzazione con molta precisione, occupandosi perfino degli altoparlanti che allora erano difficili a reperire e proprio per questo diventavano il bersaglio preferito dei sabotaggi degli avversari. Qualche volta poteva capitare che i comunisti andassero per cercare lo scontro e finissero per applaudire l’oratore! Successe al dottor Luciano Vignati che aveva parlato sui problemi della medicina e dell’igiene pubblica. Alberto glielo fece notare con un sorriso di gioia.
La conferenza dell’avvocato Oreste Cavallari, grande invalido di guerra, sul tema “il mondo d’oggi” ebbe grande successo, tanto che fu poi pubblicata in un fascicolo, a cura dei laureati cattolici.
“Non bisogna portare la cultura solo agli intellettuali, ma a tutto il popolo”: i Laureati devono assumersi questo impegno. Nell’inverno del ‘45-’46, memore dell’analoga iniziativa di Igino Righetti nel 1923, Alberto dà vita ad una Università popolare, coll’intento di divulgare la cultura, coinvolgendo tutta la comunità cittadina. Organizza la pasqua degli operai, con un nuovo metodo di approccio; non si invitano gli operai a venire in chiesa, ma si va da loro, all’uscita dai cantieri, dalle fabbriche e dai laboratori femminili. Si forma un capannello, si ascolta, si discute. Alberto impegna in questa attività tutti i laureati cattolici. Nell’estate del ‘46 alla ripresa del turismo, Alberto, che nel Diario aveva denunciato i pericoli morali e spirituali della vita di spiaggia, sente che bisogna agire anche in questo settore. Nasce così la Settimana cristiana del mare: si organizzano incontri con i turisti negli alberghi della riviera. Nel periodo estivo i laureati fanno la lettura della Lettera ai Romani e Alberto commenta la seconda parte della lettera, dimostrando una profonda conoscenza della teologia di San Paolo.
La guerra ha lasciato sulla strada molti relitti umani: barboni, poveri, sbandati, senza tetto. Anche a loro, anzi soprattutto a loro, va annunciato il Regno di Dio. Sull’esempio di quanto aveva fatto Giorgio La Pira a Firenze, Alberto organizza a Rimini la Messa e la mensa del povero. Si incominciò la domenica 9 dicembre 1945. Non c’erano mezzi; la cassiera del gruppo era preoccupata, ma Alberto con sicurezza aveva detto: “Cominciamo con la questua in chiesa, poi vedremo”. A volte, il deficit era considerevole. Alberto ripeteva, stringendosi nelle spalle: “Verranno, i denari! Di che cosa ha paura? Dia pure! I soldi vengono sempre”.
La S. Messa si celebrava alle 9.30 a S. Croce. Al gruppo dei laureati si univa il gruppo, sempre più numeroso, di persone che la guerra aveva ridotto ai margini della società, bisognose di tutto. Alberto, vicino alla balaustra o a metà della chiesa, in modo che tutti potessero sentirlo, guidava la Messa. Le sue parole erano sempre molto coinvolgenti, piene di conforto e di speranza. Capitò anche che un morfinomane rinunciasse alla fiala di droga mettendola nella borsa della questua. Dopo la Messa i laureati si fermavano con tutti, a prendere nota delle necessità di ognuno; Alberto distribuiva i buoni mensa con quella sua grazia schiva che rendeva tanto accetto il dono. Molte persone che seguivano la Messa uscivano di chiesa con gli occhi lucidi. “E’ un santo che prega” diceva l’avvocato Bonini e monsignor Santa: “Sapeva insegnare ai poveri a pregare”. Più tardi alla mensa, nei locali delle ACLI, Alberto serviva i commensali, scodellando minestre e dimostrandosi felice solo quando li vedeva soddisfatti nelle loro necessità. Mangiava con loro, li ascoltava, dialogava, prendeva appunti delle loro richieste.
A Pasqua si organizzò il pranzo per tutti i poveri, che ormai erano diventati centinaio. Alla fine del pranzo Alberto disse alcune parole che commossero tutti: “Noi laureati non siamo quelli che donano; i veri donatori siete voi che con le sofferenze e gli stenti della vita ci insegnate come si soffre e ci permettete di manifestarvi il nostro amore”. Ormai i poveri erano diventati tutti suoi amici: avevano trovato in lui un aiuto sincero e disinteressato.
“L’ingegner Marvelli che presiedeva, – ci racconta mons. Renzini parroco di S. Croce – dava alle adunanze un tono di ambiente famigliare dove ognuno si trovava a suo agio e poteva esprimere il proprio pensiero con piena libertà, trattando sempre argomenti di attualità alla luce della fede. Tutti i maggiori esponenti della cultura della città di Rimini si riunivano per studiare i loro problemi e risolverli nella comune comprensione, col contributo delle varie competenze, in un clima di fraternità e amicizia”.
“I suoi poveri erano sempre con lui – dice l’amico Benigno Zaccagnini – alimentavano la sua fame e sete di giustizia, caratterizzavano il suo stile di vita: austero, concreto e sobrio. Nessuna traccia in lui di ambizione, ma una disponibilità totale di donarsi dimenticando se stesso. Negli ultimi serviva il Signore. Erano con lui specialmente nei momenti della preghiera, del suo dialogo con Dio al quale si elevava portando nel cuore in intima comunione e vicinanza i fratelli più cari”.







