La Società Operaia era stata fondata a Roma il 3 settembre 1942 nel Convento dei S.S. Giovanni e Paolo dal prof. Luigi Gedda, presidente nazionale dell’Azione Cattolica, per il quale Alberto nutriva una profonda stima. Nasceva in seno all’Azione Cattolica giovanile, non come organizzazione nell’organizzazione, ma come movimento collaterale di spiritualità.
Leggiamo nello Statuto: “La Società Operaia è un’associazione laicale, fondata per corrispondere a tre esigenze fondamentali del messaggio evangelico: 1. sviluppare una vita di pietà in una spiritualità incentrata nel mistero dell’Agonia di Cristo nel Getsemani; 2. consacrare dei laici autentici all’apostolato, cioè dei laici come laici in risposta alla chiamata di Cristo, che invoca nuovi operai per mietere la molta messe nei campi dell’umanità secondo le esigenze della Chiesa; 3. realizzare per iniziativa dei singoli operai, opere dirette ad onorare Dio e fare la sua volontà per il bene dei fratelli”.
Alberto si sentì subito in sintonia con questa spiritualità che avvertì come l’eco delle sue esperienze più profonde: aveva sempre consacrato e offerto la sua vita come Gesù nel Getsemani e in questa sua accettazione senza riserve della volontà del Padre aveva trovato il segreto di ogni sua opera, di ogni suo atto di generosità e di eroismo. Se sfogliamo le pagine del Diario, troviamo la perfetta conformità della sua vita interiore e apostolica con le caratteristiche della spiritualità getsemanica.
Nel ‘43 chiese di entrare a far parte della società operaia.
In tutti gli avvenimenti della vita Alberto riconosce la volontà di Dio e vi si abbandona con serenità e fiducia. Dopo gli studi liceali aveva desiderato entrare all’Accademia militare, ma non era stato accettato per un lieve difetto alla vista: “Il Signore ha disposto diversamente”. Non si era perso d’animo: avrebbe lavorato di più all’Università, perché quello era il campo che la volontà di Dio gli affidava. A Marilena, nel 1944, scrive che “supplica il Signore perché la quotidiana preghiera, non mea voluntas sed tua fiat, non rimanga lettera morta ed una vuota sterile formula, ma sia invece il principio vitale informatore di tutta l’esistenza”. La volontà di Dio è luce che illumina la strada; è segno di un amore che spinge ad amare; fuori della volontà di Dio non ci può essere nulla. In questa prospettiva anche il dolore per Alberto non è mai un castigo o una disgrazia, ma diventa un mezzo per una più profonda comunione con Dio: “Accettare il dolore come inviato del Signore per provare la nostra fede e per affinare le nostre virtù morali”. Ha un profondo desiderio di unirsi a Gesù sofferente: “Visitami pure con la Croce, Gesù, che sono lieto di aiutarti a portarla”. “Gesù io tendo a Te, voglio vivere per Te, patire e soffrire per Te, come Te”. A volte lo sente come espiazione: dovremmo accettarlo con grande riconoscenza, perché ci permette di saldare quei conti che i nostri peccati hanno aperto con la Giustizia divina: “almeno questo!”.
E’ il dolore degli altri che gli spezza il cuore; vorrebbe soffrire al posto loro. Lo chiede con insistenza e sincerità al Signore: “Desidererei soffrire io per tutti loro”, è angosciato soprattutto davanti alle sofferenze della mamma: “Fa soffrire qualsiasi cosa, la morte non esclusa, a me, piuttosto che a lei!”. “…E’ impossibile dare un dolore a Gesù che ci si presenta alla mente in agonia, sulla croce”. Dalla meditazione del dolore di Gesù nel Getsemani trae la forza per vivere la sua coerenza: “Solo così potremo in qualche modo alleviare il dolore di Gesù, cooperare alla salvezza delle anime, compartecipare alla grazia che ci impetra col suo dolore”. “Gesù ha tanto patito per me, è morto sulla croce, è stato flagellato, incoronato di spine, è stato schiaffeggiato; tutto questo ha patito per salvarmi; ed io che cosa faccio per ringraziarlo di tutto questo, quali sacrifici faccio, quali mortificazioni mi impongo, per patire in piccolissima parte quello che ha patito Gesù?”
Alberto teneva sul comodino, insieme al Vangelo, un volume del Getsemani; lo meditava e, a matita, sottolineava alcuni brani o scriveva frasi di commento. A pag. 164 sottolinea questa frase: “…La meditazione del Getsemani prepara l’anima a sopportare il dolore e trasforma anche questo in una sorgente di letizia soprannaturale”. Accanto annota: “Tutto questo da molto tempo io vivo e lo sento”. Alberto non viene mai prostrato dal dolore, anzi nel dolore lascia trasparire una letizia, una gioia profonda, che ha le sue salde radici nella fede. A pag. 208 sottolinea queste frasi: “Chi soffre e prega sente crescere in sé il Regno di Dio, e sente la sua anima più ricca, più libera, più lieta che mai”. Accanto alle parole di Gesù nel Getsemani, “Passi da me questo calice”, egli scrive: “Gesù ha provato ripugnanza, per vincere le nostre ripugnanze”. Per quanto inspiegabili, avverse e strazianti possano essere le vicende umane, Alberto non si turba, ha nel cuore una visione ottimista degli avvenimenti, che gli viene dalla ricchezza di chi crede in Dio e a Lui si affida.
Non è, la sua, una accettazione passiva della volontà di Dio, di chi si piega perché non vede alternative. Non solo è piena di slancio e di fiducia, ma diventa contemplazione delle sofferenze di Cristo, con viva partecipazione e interiore sofferenza.
“Io lo guardo e Gesù mi parla. Gesù mi mostra i suoi dolori, le sue gioie, la bruttezza del peccato, il grande male che è nel mondo, la necessità di lavorare per la salvezza. Io lo guardo, ed ecco che vedo Gesù flagellato, coronato di spine, crocifisso, bastonato: sono i peccati che si commettono in quel momento. E’ trapassato dalla lancia; forse è il mio pensiero che è sviato e gli ha procurato quel dolore. E’ sputacchiato; forse un pensiero terreno vuole sconvolgere quelli spirituali. E così per me, così per tutti. Gesù soffre, soffre sempre dolorosamente. No, non voglio peccare, non voglio sviarmi, voglio amarti, Gesù, come la tua Mamma, voglio soffrire io ciò che Tu soffri”.







